Dagli anni ’80 si parla sempre più della canapa, una pianta versatile ed ecocompatibile che può essere utilizzata per molteplici scopi in alternativa ad altri materiali decisamente più inquinanti: carta, stoffa, cibo, medicinali, vernici, pannelli termoisolanti ed acustici, lettiera per animali, vele e corde.
Pochi sanno, però, che Bologna è stata nel passato, a partire dal 1500, il centro canapicolo per eccellenza, come vogliamo raccontare in questo itinerario.
La lavorazione rustica della canapa era molto pesante e seguiva un ciclo di lavorazione preciso: essendo una pianta annuale, veniva seminata ogni anno verso febbraio/marzo. In precedenza il contadino aveva lavorato abbondantemente la terra e il terreno, nel mese di novembre, era stato vangato, ravagliato e abbondantemente concimato con letame da stalla, crisalidi di bachi da seta, di raspatura di corna, di pollina e di colombina. I maceri (vasche rettangolari piene d’acqua), dove si immergevano gli steli di canapa a macerare, venivano svuotati e ripuliti.
A luglio/agosto la canapa giungeva a maturazione la e poteva raggiungere anche i 5/6 metri di altezza. Si procedeva quindi al taglio del campo; gli steli, dapprima essiccati al sole e sbattuti, venivano assortiti per taglia, legati e infine messi a macerare nei maceri formando delle specie di zattere. Per sommergere queste ultime nell’acqua vi si ponevano sopra molti sassi (dai kg 3-7 ciascuno). Mediante l’azione dei batteri si “scollavano” le fibre tessili dalla parte legnosa dei fusti. A operazione compiuta si facevano riemergere le zattere rimuovendo i sassi. Questa fase era estremamente delicata in quanto l’equilibrio sulla zattera poteva essere piuttosto instabile per i lavoratori. I fusti quindi venivano slegati, lavati energicamente, trasportati a riva (essendo intrisi d’acqua avevano un peso notevole) e messi ad asciugare al sole, in piedi, a forma di cono (dal diametro di 2 metri). Una volta secchi venivano portati sull’aia e si percuotevano con dei bastoni in modo da rompere definitivamente la parte legnosi quindi si gramolavano per la ripulitura finale: con un attrezzo a forma di coltello a serramanico (una sorta di panca alla quale si appoggiava la fibra e vi si calava sopra la lama in legno), la gramola, si toglievano le ultime impurità. La fibra così ottenuta veniva pettinata, dopo di che poteva diventare corda o tessuto.
Il prodotto finito veniva esportato verso Venezia e Milano. Tuttavia, come ogni altro prodotto agricolo e tessile, anche la canapa ha conosciuto nel tempo diverse crisi: nel 1600 a causa della concorrente produzione veneta, inglese e olandese, poi, in tempi più recenti, quando il cotone e altre fibre esotiche succedanee le vennero preferite essendo più a buon mercato. E, per finire, la mancata industrializzazione della fase di trasformazione dalla pianta alla fibra l’ha fatta soccombere in favore delle barbabietole da zucchero e dei frutteti. Ci furono poi i sequestri degli anni ’70 a causa della somiglianza con altre canape meno lecite (avendone peraltro in comune un certo tenore di THC, il principio psicotropo incriminante, seppure in minore quantità).
Malgrado tutto questo, a cavallo degli anni ’60/’70, un gruppo di amici iniziarono a raccogliere e accatastare in un vano una serie di attrezzi canapicoli che altrimenti sarebbero stati forse dimenticati o bruciati, sorte toccata peraltro a molti telai del bolognese. Nel frattempo, nel 1973, venne fondato il Museo della Civiltà Contadina di Bologna dove questi e altri oggetti trovarono collocazione. Il museo si trova oggi nella Villa padronale Smeraldi nella suggestiva campagna di S. Marino di Bentivoglio. Vi sono conservati oltre 5.000 strumenti e diverse grandi macchine agricole, alcune della quali sistemate all’aperto nel parco circostante (dove si può ammirare anche una “conserva” perfettamente restaurata). Fra il patrimonio fotografico, di grande rilevanza sono le 72 immagini aventi come tema il ciclo della lavorazione rustica della canapa, scattate fra il 1889 e il 1911 dal commerciante di canapa Antonio Pezzoli. Oltre agli allestimenti permanenti sul ciclo della canapa, del grano e la riproduzione degli interni di una casa “tipo” di contadini, vengono periodicamente programmate delle esposizioni temporanee.
Nei dintorni è possibile inoltre vedere alcuni maceri che sono stati recuperati grazie ai fondi della provincia di Bologna. Oltre al Museo della civiltà contadina di Bologna, mostrato nel box sottostante, vi consigliamo anche:
Museo della Civiltà Contadina e della Canapa
Vicolo Santa Lucia 2
Loc. Castagnolino – Bentivoglio
Ingresso gratuito
Visita a richiesta. Per informazioni: 051862426
Il museo è fra i primi sorti nella nostra regione ed è nato grazie a Giuseppe Romagnoli noto collezionista di strumenti e attrezzi d’epoca.
Si consiglia inoltre la visita alla Pinacoteca Civica di Cento per ammirare le opere seicentesche del Guercino che riproduce in uno dei suoi bei quadri la lavorazione della canapa rimasta immutata per secoli.
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