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Ti trovi in Itinerari Bologna > Storia e cultura > La Zirudella
di Claudio Cavallieri

I mercati settimanali sono sempre stati un luogo di importante aggregazione sociale specialmente per le classi più povere. In essi, a differenza delle osterie riservate quasi esclusivamente agli uomini, le classi più umili erano rappresentate da uomini e donne che, oltre a trovare le merci e gli utensili di cui avevano bisogno, trovavano anche il divertimento, la musica, lo spettacolo, il cabaret diremmo oggi, che era loro offerto dai cantastorie. Si può dire che non vi fosse mercato o fiera paesana senza la presenza di queste singolari figure che, oltre a vendere le loro merci come lamette, limoni o penne, offrivano anche oroscopi, pianeti della fortuna coi numeri al lotto e soprattutto le loro composizioni prima suonate e rappresentate per attirare l’attenzione. Di solito erano tre le tipologie di materiali che venivano recitate ed offerte agli astanti: i fatti, che raccontavano gli episodi tragici della politica e della cronaca e che erano anche disegnati ed illustrati, i canzonieri, cioè i fogli stampati con le parole delle canzoni del tempo e le zirudelle cioè le poesie umoristiche in rima scritte in dialetto bolognese.

Sull’origine della parola zirudèla, fra le altre ipotesi, si ritiene essa derivi dai rondelli  e dai rondò medievali, motivi che venivano accompagnati con la ghironda, e che si sono poi trasformati secondo la metamorfosi linguistica: gironda, girondella, zirondella, zirodella, zirudèla.

Terra di mercati plurisecolari come la Piazzola o il mercato di Bazzano, la provincia bolognese non poteva che essere anche terra di grandi cantastorie, l’ultimo e più famoso dei quali si può dire sia stato, a giudizio unanime, Marino Piazza.

Marino Piazza, o meglio “Piazza Marino poeta contadino” come egli stesso si definiva, era nato a Bazzano nel 1909. Di famiglia poverissima, dopo aver fatto il servitore da un contadino, scopre di essere capace di comporre canzoni e poesie in dialetto e di avere una innata capacità di fare presa sul pubblico. Iniziò quindi a scrivere le prime zirudelle a 16 anni e, sull'esempio di altri cantastorie degli inizi del 1900, cominciò a girare per i paesi e i mercati delle province di Bologna e Modena, riuscendo anche a stampare le zirudelle che componeva. Non è azzardato affermare che, successivamente, quasi tutti i mercati e le fiere padane abbiano ospitato il suo treppo, cioè il suo spettacolo che, oltre a vendere i suoi fogli volanti, canzonieri, penne biro, lamette, ocarine e negli ultimi anni dischi e musicassette, era vivacizzato da una straordinaria capacità di imbonimento in rima tale da meritargli anche la ammirata qualifica popolare di incanta bess (incanta bisce). Nelle sue storie, nei suoi canzonieri, nelle sue zirudelle, nelle barzellette e nelle tragedie d’amore, nelle sue rime e nelle sue stornellate, sempre accompagnate dal clarino, dalla fisarmonica, da chitarra, violino e batteria si può dire che sia passata tutta la cronaca di un secolo.Con cappello a bombetta, clarino e corpetto decorato con le note musicali, era una vera e propria maschera della commedia dell’arte. Riusciva anche a far muovere la bombetta coi muscoli della fronte, e questo era il pretesto per dare il la a una sua battuta “ Fin che si muove il cappello il mondo è sempre più bello” che, pronunciata in dialetto ed evidenziando in tal modo uno di quei doppi sensi nei quali era maestro, attirava immediatamente l’attenzione.

Vero giornalista ante litteram, perché prendeva ispirazione in parte dai fatti veri e tragici che accadevano nel mondo e che cantava in italiano, ma anche vero novellista, perchè creatore di fatti irreali oppure ridicoli che cantava in dialetto, utilizzava entrambi gli aspetti per commuovere, divertire e catturare l’interesse del pubblico.

Alcuni suoi motivi come “La bambina gettata nel pozzo” o “L’attentato a Togliatti” diventarono dei veri best seller in tutto il nord Italia, ma erano soprattutto le sue zirudelle ad essere il suo cavallo di battaglia. Ispirate a fatti di varia natura, spesso grottescamente allusive e piene di doppi sensi, in esse Piazein riusciva ad esprimersi con eccezionale incisività.

Era in queste poesie dialettali che il suo pubblico lo apprezzava maggiormente, perché vi riconosceva personaggi, situazioni, luoghi, paesi, avvenimenti, stati d’animo, intrecci tipici del mondo contadino e popolare che l’imbonitore Piazza riusciva sempre a legare fra di loro con straordinaria abilità. La recita della zirudella divenne quindi momento insostituibile nello spettacolo di questo cantastorie e, grazie a questa sua innata capacità di intrattenimento, gli conferì fama meritata. Si racconta che dopo il confitto bellico, ottenuta il venerdì e il sabato una piazzola sui gradini della Montagnola per il suo spettacolo fisso insieme al suo treppo di cantastorie e musicisti, gli altri ambulanti protestassero addirittura con il Comune perché la grande folla che andava a sentire i cantastorie rimaneva ferma e non girava il mercato per acquistare le loro merci. Marino Piazza ottenne pure numerosi riconoscimenti a livello nazionale e fu anche eletto nel 1970 Cantastorie d’Italia.

Piazza Marino si può dire ci abbia cantato la vita delle classi emiliane subalterne del secolo appena trascorso e richiamandole attorno a sé con la sua ocarina, assieme ai quasi compaesani Adelmo Boldrini, Giovanni Parenti, Tonino Scandellari, Lorenzo De Antiquis, Regolo Pellandra, Romolo Bagni con la moglie, ci abbia offerto la possibilità di conoscerne i comportamenti sociali e gli aspetti più comuni della loro vita e del loro lavoro. Con loro, tramortita dalla noia ed uccisa dalla fretta e dallo shopping, si può dire sia scomparsa anche la professione di cantastorie; forse a ricordarla resta solo, in località Cavazzona, quasi simbolicamente a metà strada tra Modena e Bologna, una “Via dei Cantastorie”, giustamente ai bordi di quella via Emilia che di Storia, e di storie, nel corso dei secoli ne ha veramente viste passare tante.

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